PIANO PAESAGGISTICO, MOZIONE URGENTE DI PATRIZIA MANZO (M5S): INDIVIDUARE AREE IDONEE PER UN CORRETTO SVILUPPO ENERGETICO

“La Regione Molise non ha mai ottemperato al Dm 10 settembre 2010 che consentiva la possibilità di individuare aree e siti non idonei all’installazione di impianti per energie rinnovabili. Oggi il decreto legislativo del 28 novembre 2021 stabilisce che occorre individuare anche quelli idonei, tenuto conto degli strumenti di pianificazione ambientale. Peccato che in Molise non si capisce che fine abbia fatto il Piano paesaggistico.
Un bel giorno, ma anche un brutto giorno, infatti, i cittadini molisani scoprono di colpo che progetti altamente impattanti potrebbero sbocciare dal nulla sul proprio territorio, per non dire sul proprio terreno sul quale sorgono le loro attività imprenditoriali, mettendo in pericolo il lavoro a cui hanno dedicato l’intera vita”. Lo scrive il consigliere regionale Patrizia Manzo.
E scoprono anche di essere soli e indifesi nel contrastarli, perché non ci sono norme che possano proteggere il territorio, oltretutto questi progetti arrivano mascherati da pionieri super power green – metafora carnevalesca considerato il periodo – poiché si propongono di attuare la realizzazione di parchi destinati alle energie rinnovabili.
Accade così che gli stessi cittadini, le associazioni che difendono stoicamente il territorio corrono il rischio di passare da strenui paladini civici a irragionevoli antiprogressisti, alla stregua di sprovveduti terrapiattisti o invasati don Chisciotte all’assalto di invincibili pale eoliche, i mulini a vento di oggi, poiché non intendono adeguarsi, conformarsi, rassegnarsi ai tempi che corrono.
Ma c’è una precisa, embrionale e dogmatica responsabilità esclusivamente politica in queste vicende che a cicli alterni colpiscono il nostro territorio e gli abitanti e che accadono con una frequenza sempre maggiore: l’atavica inerzia istituzionale e legislativa del governo regionale rende il Molise una terra di conquista.
Il caso di San Martino in Pensilis è purtroppo solo l’ultimo, ne seguiranno altri se non si riuscirà a concludere un iter normativo che la Regione ha colpevolmente chiuso in un cassetto da un decennio.
Dal 2010 la Regione Molise non ottempera al dettato del D.M. del 10 settembre 2010, denominato “Linee guida per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili”.
Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 18 settembre 2010, n. 219, all’articolo 17, “Aree non idonee”, al comma 1 specifica che “al fine di accelerare l’iter di autorizzazione alla costruzione e all’esercizio degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, in attuazione delle disposizione delle presenti linee guida, le Regioni e le Province autonome possono procedere all’indicazione di aree e siti non idonei alla installazione di specifiche tipologie di impianti”.
Ergo, la Regione avrebbe potuto indicare delle zone del proprio territorio dove realizzare quei progetti che non sono da guardare con sospetto a prescindere: le energie rinnovabili sono il futuro, è ormai chiaro ed evidente.
Alimentare le proprie attività, le proprie case con fonti non inquinanti è anche un obbligo ma, ovviamente, questo non può e non deve significare devastazione di un territorio che ha altre ambizioni. O per lo meno tenta di averle.
Individuare quelle zone diventa adesso urgentissimo: significa salvaguardare gli interessi dei nostri borghi, delle attività agricole e vitivinicole, delle imprese che puntano sull’eccellenza del prodotto e di chi ha investito risorse proprie nelle coltivazioni e in un’idea di sviluppo del turismo che non è più di nicchia.
Che, paradossalmente, è sostenuta e spinta da quella stessa Regione che non ha mai ottemperato a quella possibilità offerta dal dettato del D.M. del 2010.
Non si può più aspettare, bisogna davvero fare fronte comune e chiudere la partita del Piano paesaggistico che attende ancora di vedere la luce: in risposta ad una mia interrogazione, mesi fa mi è stato comunicato che agli inizi del 2022, grazie alla convenzione stipulata con l’Unimol, si sarebbe arrivati ad un punto di svolta di quello che è l’unico strumento in grado di consentire uno sviluppo armonico ma parimenti responsabile in tema di utilizzo di fonti rinnovabili.
Non c’è tempo perché il decreto legislativo 199 dell’8 novembre scorso, al Titolo III, “Procedure autorizzative, codici e regolamentazione tecnica”, stabilisce che con uno o più decreti del Ministro della transizione ecologica di concerto con il Ministro della cultura, e il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, previa intesa in sede di Conferenza unificata – da adottare entro centottanta giorni dalla data della sua entrata in vigore – saranno stabiliti “principi e criteri omogenei per l’individuazione delle superfici e delle aree idonee e non idonee all’installazione di impianti a fonti rinnovabili”.
Non avere un Piano paesaggistico che indichi le aree destinate all’installazione dei parchi destinati alla produzione di energie rinnovabili significa, di contro, aprire alla possibilità che questi possano essere realizzati ovunque.
La norma è chiarissima: l’individuazione delle aree non idonee dovrà essere effettuata dalle Regioni con propri provvedimenti tenendo conto dei pertinenti strumenti di pianificazione ambientale, territoriale e paesaggistica, secondo le modalità indicate nello stesso DM del 2010 che qualcuno ha chiuso nel cassetto per 12 lunghi anni.
A chi giova non avere una mappa precisa delle aree ritenute idonee e di quelle che non lo sono? Chi trae beneficio da questo vuoto normativo?
Ho inteso chiederlo al nostro presidente della Regione: attraverso una mozione urgente ho sollecitato una risposta finalmente chiara in merito al Piano paesaggistico, strumento di cui non possiamo permetterci di fare a meno, e relativamente alla individuazione delle aree idonee e non idonee per progetti di produzione di energia rinnovabile.
Progresso e tutela del territorio possono camminare insieme, anzi devono: l’efficientamento energetico non è obiettivo da realizzare in contrapposizione con lo sviluppo del territorio tarato sulle proprie vocazioni.
Ma se la politica resta inerme, non procede spedita con gli strumenti che ha a disposizione, sorvola sugli atti indispensabili per tradurre in concretezza i proclami, rischiamo di parlare… al vento.